Praiano - Guida Turistica

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.: DA VEDERE

Chiesa di S. Luca Evangelista

Di elegante impianto barocco è la chiesa parrocchiale dedicata al Santo patrono di Praiano, Luca Evangelista,risale all'anno 1588, restaurata nel 1772, si impianta su una precedente struttura risalente al 1123, come attestano il Codice Perris ed altri documenti. La facciata, recentemente restaurata, si accompagna ad un campanile a tre piani, di cui l'ultimo e sottolineato da monofore. L'interno si sviluppa su tre navate, con sei cappelle per parte, con archi a tutto sesto: la centrale è coperta da una volta a botte unghiata, mentre le laterali da volte a crociera in stucco. La chiesa si caratterizza avere,cosa oltre modo rara in costiera, una cupola maiolicata innestata direttamente sull'abside. Di notevole interesse è il pavimento maiolicato, al 1789, decorate con fiori ed uccelli e, al centro l'immagine di San Luca raffigurato nell'atto di dipingere. Del ricco patrimonio della chiesa vanno menzionati il busto reliquiario in argento del Santo e due dipinti su tavola: il primo databile alla seconda metà del cinquecento, attribuito a Giovan Bernardo Lama, raffigurante la Circoncisione, il secondo di Padovano De Montorio, raffigurante la Vergine del Rosario, datato 1582.

Chiesa di San Giovanni Battista

La Chiesa di San Giovanni Battista è situata quasi al centro del Paese. Ha pianta rettangolare con volta a botte e si trova sulla via che porta anch'essa il nome di san Giovanni. Anticamente era la chiesa principale del Paese e la sua origine è da collocarsi intorno al secolo XI-XII. Al suo interno è possibile ammirare, tra le altre cose, uno splendido pavimento in cotto maiolicato del 1790 in ottimo stato di conservazione e un organo a canne con cantoria del 1795, entrambi di scuola napoletana.

Chiesa di San Gennaro Vescovo e Martire

La Chiesa Parrocchiale di Vettica Maggiore è dedicata a San Gennaro, napoletano, vescovo a Benevento, martire a Pozzuoli il 19 settembre 305 mentre imperversava la persecuzione detta di Diocleziano. Il sacro edificio, di stile basilicale del rinascimento, a tre navate e a croce latina, ha la sua cupola regolamentare ovale, maiolicata policroma, sulla crociera. Essa nacque ufficialmente il 18 agosto 1589, e fu edificata dalle fondamenta sul suolo reso disponibile dalla demolizione di una chiesa precedente, anch’essa dedicata a San Gennaro. Quest’ultima era a pianta centrale, molta antica, risalente, forse, alla prima metà del 1200 o ancora più in là, ma all’epoca (1589), ormai in stato fatiscente. La stessa, di proprietà privata, appartenente alla nobile famiglia amalfitana dei Corsario, era assurta alla dignità di chiesa parrocchiale già nel 1572 ,anno a cui risale il primo LIBER BAPTIZATORUM. Secondo le indicazioni dettate dall’ingegnere storico amalfitano Matteo Camera la nuova chiesa sarebbe stata ultimata nel 1602, data che trova riscontro nei vari momenti di vita della parrocchia.All’ interno della navata destra si snodano i seguenti altari : l’altare del Rosario, con quadro di valore mistico e storico su tela, commemorativo della battaglia di Lepanto.L’altare della Sacra Famiglia, l’altare dell’Immacolata con quadro su tela datato 1747 e firmato da GianBattista Lama. La Cappella del Sacro Cuore costruita nel 1898 ad opera di Domenico Rispoli-Zingone. Segue l’altare di San Bartolomeo e infine l’altare dell’Annunciazione .All’interno della navata sinistra si snodano l’altare del Carmine con quadro su tavola raffigurante la Vergine del Carmelo nell’atto di porgere lo scapolare miracoloso alle anime del purgatorio. L’altare di San Gennaro, l’altare di Santa Lucia, l’altare del Crocifisso con un affresco di scena del calvario, su cui campeggia un bel crocifisso, dono votivo. L’altare di San Michele Arcangelo che lungo il corso del 1600 e del 1700 fu sede morale e spirituale di un’associazione di naviganti e pescatori.

Chiesa di S. Maria a Castro

Sulle pendici del Monte S. Angelo a tre Pizzi a quota 364 m. s.l.m. è ubicata la Chiesa di Santa Maria a Castro, con annesso convento di S. Domenico, che domina il vallone Fontanella e spazia la vista sull’abitato di Vettica Maggiore, Positano fino ai Galli e l’isola di Capri. Il luogo dedicato al culto fin dalle prime antropizzazioni, per l’impareggiabile bellezza della natura e per la solennità della solitudine, potrebbe giustificare la forma di ara sacrificale, inglobata nella prima navata, che certamente costituì il primo nucleo della Chiesa, sviluppatasi in ere successive fino a comprendere le cinque campate odierne.La prima notizia scritta fino ad oggi ritrovata risale al 2 ottobre 1599. Da essa risulta che il notar Censone stipulò un atto nel convento annesso alla chiesa di Santa Maria della Sanità in Napoli, tra l’Università di Praiano e Vettica Maggiore che possedeva ad antiguo la Chiesa di Santa Maria a Castro amministrandone i beni. Con tale atto l’Università concedeva ai Frati Domenicani la chiesa impegnandosi a costruire il convento annesso.Il convento articolato su due livelli presenta quattro celle al primo piano e cucina e forno, refettorio e cisterna al piano sottostante. Particolarmente interessante il gioco delle volte di copertura del primo piano, che tra l’altro, presentano un doppio ordine di volte, sistema diffuso nell’area amalfitana, (vedi convento santa Rosa in Conca dei Marini) che assicurava una perfetta coibentazione.Il restauro statico e conservativo ha ripristinato le volte di copertura che risultavano parzialmente tagliate per l’inserimento di un tetto, poi crollato. E forse proprio il non presentare caratteristiche di peculiari componenti architettoniche fa sì che questa struttura si inserisca quasi mimetizzandosi in un ambiente che le si avvolge attorno creando quella maestosità che rende il sito pregno di sacralità e mistero. E’ un rifugio mistico che nella sua essenzialità di elementi si inserisce nello splendore della natura circostante congiungendo l’umano e il divino. Nella Chiesa di S. Maria ad Castro rimane inalterata da secoli la venerazione di una immagine comunemente denominata la Madonna delle Grazie per il valore taumaturgico da sempre conferitole.Si tratta in effetti di un grande dipinto ad affresco che occupa l’intero catino absidale della navata sinistra dell’edificio, costruita per concessione papale nel 1430 (Pergamena n° 297, datata 3 giugno 1430, Il Indizione. Amalfi).La rimozione di un corpo di fabbrica e stucco di epoca settecentesca ha permesso l’intera lettura dell’opera che si sviluppa su due ordini. Il registro superiore è occupato dall’immagine ieratica del Cristo benedicente, affiancata dalle figure dei Santi Pietro e Paolo ed angeli; la parte inferiore della Vergine con il Bambino in trono, con angeli musici e santi. L’iconografia di questi ultimi non consente una precisa identificazione, ma c’è da registrare che il santo in abito vescovile, raffigurato alla destra di chi guarda, è una riedizione dell’originale, di cui si intravedono alcuni particolari (il ricciolo del pastorale e la mitra vescovile) che emergono dal nuovo intonaco. Sulla sinistra, al di sotto del giovane santo con la penna ed il libro, forse San Giovanni Evangelista, si sciorina una piccola processione composta da personaggi in abiti “ moderni” , da identificare presumibilmente con i donatori dell’opera. Il perno ideale della composizione è costituito dalle volumetrie del Cristo e della Madonna, intorno al quale sembrano ruotare gli altri personaggi. Il Cristo seduto sul trono, di iconografia tardivamente bizantina, e la Madonna , inserita nella moderna architettura classica del trono-baldacchino, organizzando lo spazio in maniera calcolata : in esso prendono posto , secondo un disegno ben programmato, gli angeli e i santi.Ciò dà ad intendere che l’anonimo artista, nel momento in cui si accingeva a realizzare il dipinto , fosse pienamente al corrente delle istanze pittoriche rinascimentali che andavano maturando nella Napoli aragonese e in tutta l’area mediterranea , a partire dalla metà del XV secolo. L’intuizione del rapporto prospettico tra forma , luce e colore a cui l’opera è improntata denota l’assimilazione e la personale elaborazione della grande lezione di Piero della Francesca.